ANNO XIV Maggio 2020.  Direttore Umberto Calabrese

Lunedì, 23 Dicembre 2019 03:27

Quelli di Hong Kong reportage di Sebastiano Casella per agoramagazine

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Avviamo da oggi un reportage da Hong Kong dove si trova il nostro Sebastiano Casella. Da questa martoriata città-regione, che sta vivendo una sorta di autunno del potere più che una primavera, il reportage riporta lo stile della narrazione, come leggerete e quasi stride con la cronaca proposta dalle immagini raccolte dallo stesso cronista che pubblichiamo in calce all'articolo.

Le scene si riferiscono a ieri pomeriggio, siamo nell'harbour CITY MALL, su CANTON ROAD, in piena zona shopping. Di qui a pochi minuti la polizia anti sommossa farà irruzione e "sono dovuto andare - ci dice il reporter in una chat -  via di corsa perchè non avevo protezioni contro i tear gas. I manifestanti sono stati spinti fuori molto energicamente, ma senza alcun abuso. Lo shopping center è stato chiuso prima dell'orario consueto per motivi di sicurezza. I video che seguono si riferiscono a oggi pomeriggio (ieri ndr). Siamo nel Financial District. La Polizia ha fatto uso di lacrimogeni, ne ho contati un paio. La folla è stata dispersa. Senza abusi.  Si tratta del primo reportage, quasi un cappello di un lavoro che seguirà". Ecco il racconto del nostro inviato a Hong Kong.

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La brezza comincia ad alzarsi quasi sempre alla stessa ora, verso metà giornata. All'inizio le folate sono carezze invisibili che si rincorrono a pelo d'acqua, una dietro l'altra, increspando appena la superficie del mare, fino a che dal fondo della baia non s'affaccia deciso il vento. I sampàng, le giunche in legno, che fino a quel momento sembravano assonnati, increstano allora le loro chiglie di spuma, mentre il sole sparisce dietro a una processione di nuvole scure. Lo skyline della capitale più verticale al mondo si distende in tutta la sua bellezza, come una cerniera di acciaio messa lì a unire cielo e mare. Qui, davanti a questa scena, sembra si possa dimenticare che Hong Kong stia attraversando uno dei momenti più delicati della sua esistenza. Le proteste si sono susseguite senza sosta per più di sei mesi, secondo un copione che si è ripetuto ogni volta in modo quasi ossessivo: perdevano di intensità nei giorni feriali, per poi riprendere con ancora più veemenza durante il fine settimana, specie dopo il calar del sole. Poi, d'improvviso, tutto si è fermato e i media occidentali hanno proiettato la loro attenzione verso altre parti del mondo. Ma, per quelli di Hong Kong, la storia non è ancora finita.

Ho un dubbio che mi tormenta da quando ho messo piede a terra e ho ritirato il mio bagaglio. La sala d'arrivi dell'Hong Kong International Airport è una delle più grandi esistenti in oriente, con il tetto ad ali gemelle ondulate ed immense pareti di vetro azzurrine, ma non è certo un gioiello di architettura futuristica. L'atmosfera è quella di un qualunque altro aeroporto del mondo: affollato e chiassoso, ma a prima vista tutto sembra tranquillo, troppo. Nulla a che vedere con quello che accadde il 10 agosto scorso, quando un'immensa folla di manifestanti fu capace di paralizzare l'intero terminal e le Autorità si trovarono costrette a cancellare per 24 ore tutti i voli internazionali, in partenza e in arrivo. Quel giorno la forza d'urto della protesta riuscì a mettere in crisi l'intero sistema: il gigantesco atrio sembrava un formicaio cui qualcuno, dalla sommità, vi avesse infilato un bastone per il solo gusto di crearvi dentro il caos. Ora vi regna una calma quasi assoluta, composta, e non vedo in giro neppure un poliziotto. Al controllo il tipo, un ufficiale in divisa scura con l'aria distaccata, ha sfogliato le pagine del mio passaporto ad una ad una, mi ha scrutato come fosse stato uno scanner e poi, senza dire una sola parola, aveva fatto cenno di mettermi di lato, per far passare il prossimo della fila. "Per quale motivo?" ho chiesto, ma non avevo ricevuto risposta. Da quando sono iniziate le proteste, il governo ha stretto il nodo sull'entrata di blogger e giornalisti occidentali, rei, secondo il suo punto di vista, di dare un'immagine distorta dei fatti. Le procedure d'ingresso sono diventate allora molto più mirate: se c'è qualcuno, o qualcosa di sospetto, lo bloccano, si piazzano davanti a un monitor e fanno una ricerca per capire meglio chi sia. "Può andare" ha sentenziato dopo una decina di minuti. Nessuna perquisizione ai bagagli. E io sono passato, certo: con un sorriso falso come pochi altri al mondo. Ma sarò forse arrivato troppo tardi?

 

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