ANNO XIV Dicembre 2020.  Direttore Umberto Calabrese

Martedì, 14 Aprile 2020 05:13

Non c’è correlazione tra pandemia e inquinamento, tutto da verificare scientificamente

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La presunta correlazione tra diffusione di covid 19 e particolato sottile è stata oggetto di chiarimenti proprio da parte della Società Italiana Aerosol (IAS) che, con una nota del 20 marzo u.s., ha precisato che l'ipotesi di associazione tra inquinamento atmosferico e diffusione del coronavirus è ancora tutta da verificare e dovrà essere valutata con indagini estese e approfondite.

Non esiste nessuna correlazione dimostrata attraverso le consuete procedure scientifiche, che si concretizzano come minimo nella pubblicazione di ricerche in preprint, su siti come arXiv o BioarXiv per essere assoggettate a peer review.

Bianchi direttore dell’Unità di Epidemiologia Ambientale del CNR di Pisa e Fabio Cibella epidemiologo del CNR di Palermo hanno pubblicato domenica 29 marzo sulla rivista scientifica BMJ (British Medical Journal) un articolo in cui affermano che è necessario indagare per comprendere se esiste un nesso tra diffusione del virus e particolato. L’ipotesi della correlazione poggia sulla presunta capacità del particolato di essere un vettore, un trasportatore del coronavirus. Tale ipotesi spiegherebbe la diffusione a Whuan, New York e Lombardia. Tale ipotesi per essere fondata andrebbe indagata e dovrebbe anche spiegare perché la Spagna e in particolare Madrid abbia un tasso di diffusione come la Lombardia pur avendo concentrazione di particolato minore. Ancor più non si comprende come le zone più inquinate del mondo non abbiano tassi di diffusione elevatissima se fosse corretta la correlazione: India, Pakistan, molti paesi del sud-est asiatico e, in Africa. Lagos, in Nigeria. Evidente quindi che l’ipotesi richiede rigorosi approfondimenti e verifiche.

Esiste una sterminata letteratura scientifica sulla correlazione inquinamento e indebolimento del sistema immunitario. Nell’ambito dell’inquinamento ci sono 39 ricerche scientifiche che mostrano il legame tra campi elettromagnetici e indebolimento del sistema immunitario. La ricerca di Lennart Hardell e collaboratori del 2001 pubblicate su riviste “peer reviewed “e fondate su numerosi studi epidemiologici di caso-controllo. Le 38 ricerche il cui elenco è riportato in questa ricerca (https://smartech.gatech.edu/bitstream/handle/1853/62452/LARGEST_UNETHICAL_MEDICAL_EXPERIMENT_FINAL.pdf?sequence=4&isAllowed=y).

Sulla correlazione tra letalità e inquinamento dell’aria ci sono numerosissime ricerche. L’inquinamento dell’aria, «resta un potente killer di altre malattie e forse aumenta la suscettibilità al virus. Ritengo comunque tutti i virus sono comunque frammenti di materiale genetico e bisogna sottolineare con forza che non sono in grado di riprodursi da SOLI e di SINTETIZZARE proteine. PER SOPRAVVIVERE, moltiplicarsi e INFETTARE, devono APPOGGIARSI a una CELLULA OSPITE. Infine per quanto riguarda le polveri sottili Il Rapporto "Air Quality in Europe" pubblicato nel 2016 dall’Agenzia Europea dell’Ambiente valuta, che nei paesi UE il PM 2,5, provoca ogni anno 436 mila morti premature. In Italia lo studio più importante sugli effetti acuti dell’inquinamento è stato promosso dal Centro Nazionale per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie, organismo del Ministero della Salute, e ha riguardato 25 città. Pubblicato nel 2013 dalla rivista “Epidemiologia & Prevenzione “, EpiAir2 ha valutato gli incrementi di mortalità nell’intervallo di tempo dal verificarsi di un picco di inquinamento ai 5 giorni successivi. Un aumento dei livelli di PM 10, di 10 µg/m3 fanno salire la mortalità dello 0,47%. Ogni 10 mila decessi per cause naturali se registrano 47 in più. In Europa, una valutazione abbastanza ampia è stata condotta con il progetto comunitario ESCAPE, che ha studiato gli effetti a lungo termine dell’inquinamento atmosferico, coinvolgendo 26 paesi fra cui per l’Italia, il Dipartimento di Epidemiologia della Regione Lazio, diretto dal Prof. Forastiere. I dati sulla mortalità pubblicati sulla rivista “Lancet” nel marzo 2014, riguardano oltre 367 mila partecipanti e riscontrano, per ogni aumento nell’aria di 5 µg/m3 di PM 2,5 un aumento della mortalità del 7%. Evidente poi che influisce in maniera determinante sugli effetti ricadenti sulla salute la composizione chimica delle polveri, a incidere sulla loro tossicità. Polveri che sono solide, inorganiche, insolubili nell’acqua e nei grassi e che sono degradate naturalmente in tempi lunghissimi. Su sostanze inorganiche faccio fatica a credere che possa “vivere” un virus.

Allegato note di chiarimento Società Italiana Aerosl

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