ANNO XII  Novembre 2018.  Direttore Umberto Calabrese

Giovedì, 22 Febbraio 2018 08:25

«Kim cavalca l’incertezza del mondo a suo vantaggio»

Written by  Annarita Incerti (agi)
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Intervista a Romano Prodi sulla distensione portata dalla Corea del Nord alle Olimpiadi invernali. Politica della mano tesa o strategia diversiva?

 Prodi porta a Bologna il dibattito internazionale sulla Corea del Nord, nel primo di cinque "dialoghi" organizzati nella sua città dalla Fondazione per la collaborazione fra i popoli che l'ex premier presiede. Negli ultimi sette anni, ha organizzato incontri e confronti con esperti di affari  internazionali  sui temi più caldi del pianeta a favore della pace e dello sviluppo: dalle prospettive di integrazione del continente africano e dall’allarme per l’agonia del lago Ciad, al ruolo delle nuove tecnologie per alleviare la povertà, a quello della diplomazia della scienza, fino a ragionare sulle sfide e le opportunità della nuova via  della seta e sulla connettività come diritto umano.

Da Washington ad Addis Abba, da Beijing  a Rimini, passando Roma, Venezia, Rimini, Bologna, la Fondazione di cui Prodi è presidente ha tracciato un percorso sulla strada della comprensione e della cooperazione internazionale che da qui a primavera inoltrata  condurrà per una serie di cinque  incontri ancora sotto le Due Torri, facendo così di Bologna un luogo privilegiato di riflessione e confronto. “E’ la prima volta – ha spiegato Prodi in un'intervista all'Agi – che facciamo qualcosa sostanzialmente per la città, in primo luogo per gli studenti, ma pensando a un luogo aperto che non sia solo degli studenti”.   

Obiettivo, una sorta di dialogo semplice e chiaro su questioni dal forte impatto per le relazioni politiche ed economiche globali, organizzato dalla Fondazione in collaborazione con alcuni dei maggiori istituti culturali ed accademici cittadini, quali l'Università di Bologna, Nomisma, la Bologna Business School e il Centro San Domenico. Il ciclo prende il via oggi a Scienze Politiche con un tema caldo di attualità, il futuro della Corea - salita alla ribalta delle cronache per il rischio nucleare - dal titolo "Corea post Olimpica: si scioglierà il ghiaccio?" – che vede Prodi a confronto con uno dei massimi studiosi italiani del tema, il professor Antonio Fiori dell'Università di Bologna. Cinque in totale gli incontri in calendario: seguirà la politica estera russa, il ruolo della Cina nel nuovo mondo multipolare, la politica estera degli Stati Uniti e le prospettive dell'Unione Europea.

Sullo spettro di una guerra nucleare una ventata positiva è arrivata con le Olimpiadi invernali in corso di Pyeongchang che hanno visto sfilare unite le due Coree nella cerimonia inaugurale. Kim Jong-un si è  detto soddisfatto dal clima di riconciliazione e dialogo. Che messaggio arriva da questo evento? 

Il messaggio è sicuramente positivo, dato che trae origine dal discorso di inizio anno del leader nordcoreano. È stato, quindi, lo stesso Kim a tendere la mano per una ripresa del dialogo intercoreano. Ciò che è accaduto a Pyeongchang, dove una folta delegazione nordcoreana è stata mandata in rappresentanza e dove, soprattutto, le due compagini hanno sfilato congiuntamente sotto il vessillo dell’unificazione è un’indicazione precisa della volontà – da parte di Pyongyang - di far scendere il livello di tensione creatosi negli ultimi mesi e di provare a ri-innescare un dialogo costruttivo con Seoul. La reale questione che deve essere presa in considerazione, però, riguarda le ragioni che hanno spinto Kim Jong-un a compiere questo passo. Nell’opinione di alcuni Kim vorrebbe “incunearsi” nel rapporto tra Washington e Seoul, cercando di “sfilare” la Corea del Sud al “controllo” da parte degli americani; per altri, Kim vorrebbe semplicemente allentare le conseguenze delle stringenti sanzioni economiche poste in essere dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu; per altri ancora la strategia è importante per legittimarsi sempre di più all’interno del Paese. Tutte queste posizioni hanno un fondamento di verità, ma bisognerà aspettare prima di capire realmente perché Kim abbia deciso questa “apertura”. È peraltro molto importante sottolineare come a fronte della richiesta di dialogo e delle parole positive spese da Kim negli ultimi giorni in riferimento al rinnovato clima di integrazione venutosi a creare a Pyeongchang, egli abbia costantemente ribadito di non voler in alcun modo rinunciare al programma nucleare del paese, che, per certi versi, garantisce la sopravvivenza del regime. 

Antonio Fiori sostiene che il paese asiatico abbia deliberatamente scelto di sfidare gli Stati Uniti e la comunità  internazionale indossando i panni di un attore irrazionale al fine di ottenere razionalmente dei vantaggi. Tale strategia gli avrebbe permesso di strappare numerose concessioni con un  bilancio sostanzialmente positivo per il regime. Cosa ne pensa? 

In molti momenti della vita del regime nordcoreano sono state fatte delle concessioni che hanno aiutato il regime stesso a non essere spazzato via. La Corea del Nord ha da tempo compreso che il ricorso a una strategia di brinkmanship, cioè del rischio calcolato, è una strategia pagante, e quindi continua a utilizzarla con ampio margine di guadagno. Di certo con la transizione avvenuta alla fine del 2011 anche le finalità di questa strategia si sono modificate: con il padre dell’attuale leader le richieste erano di tipo “economico”. Ciò che la Corea voleva, insomma, erano beni di prima necessità. Con Kim Jong-un e la relativa crescita economica dimostrata dal Paese ci si è spostati verso una forma diversa di richieste: allo stato attuale ciò che la Corea del Nord chiede è di essere individuata come “potenza nucleare” a tutti gli effetti, per potersi eventualmente sedere al tavolo delle trattative con gli Stati Uniti, partendo da una base paritaria e di forza. È ovvio che questo disegno è inaccettabile per Washington e per gran parte della comunità internazionale; tutti gli attori coinvolti nella “questione nordcoreana”, d’altro canto, si rendono conto che la vita politica nel nordest dell’Asia si mantiene su equilibri sottilissimi e un conflitto (preventivo o meno) ai danni della Corea del Nord non farebbe bene a nessuno. 

Come possiamo dunque definire Kim Jong Un?  E cosa si nasconde dietro le sue continue minacce di una guerra nucleare?

Kim Jong-un è un leader molto giovane e senza alcuna esperienza in ambito militare e politico. Ciononostante, ha ampiamente dimostrato di essere in grado di comandare in Corea del Nord tenendo abilmente le redini della situazione interna ed esterna del Paese. Come già detto in precedenza, Kim è riuscito a creare tensione con i suoi test nucleari e missilistici (peraltro sempre più accurati e potenti), mandando dei segnali precisi alla comunità internazionale. Quest’ultima, però, non è riuscita a rispondere in maniera univoca: per questo motivo Kim ne esce come abilissimo nel perseguire la sua sottile strategia, sapendo perfettamente che – per una somma di ragioni – qualunque rappresaglia militare nei confronti del suo Paese avrebbe delle gravi conseguenze, anche e soprattutto in termini geostrategici. Kim, quindi, cavalca abilmente l’incertezza della comunità internazionale a suo vantaggio.

Dopo i recenti test missilistici ​la comunità internazionale ha posto in essere sanzioni sempre più stringenti che mirano a rendere difficile qualunque rapporto commerciale con l'esterno: ciononostante, la Corea del Nord  oggi fa affari non solo con la Cina ma anche con molti altri attori tra i quali l' Europa...

A dispetto delle definizione giornalistica di “regno eremita”, la Corea del Nord non è assolutamente isolata come si vorrebbe far credere. Essa ha rapporti diplomatici con più di 160 paesi nel mondo, ha sue rappresentanze ambasciatoriali in 47 paesi (anche in Italia, nonostante al nuovo ambasciatore non siano state accettate le credenziali in virtù delle sanzioni) e alcune ambasciate estere con sede a Pyongyang. Il Paese, quindi, non si limita ai meri rapporti con la Repubblica Popolare Cinese, ma - soprattutto grazie ai suoi traffici illeciti - intrattiene rapporti continuativi con molti Paesi africani, mediorientali e del sudest asiatico. Anche l’Europa è interessata, soprattutto per attività di riciclaggio di denaro e come finestra (non sempre limpida) da cui affacciarsi al sistema finanziario internazionale. 

Fiori non esclude la possibilità  di una escalation militare  tra Stati Uniti e Corea del Nord soprattutto a causa del cambio di atteggiamento di Washington con Trump. Ciò è avvenuto dopo che la postura attendista  dell'amministrazione Obama  non ha portato buoni frutti, consent​endo a Pyongyang di sviluppare il proprio arsenale in maniera indisturbata

La strategia “attendista” non ha mai dato buoni frutti con la Corea del Nord e non l’ha fatto neanche quando Obama era alla presidenza degli Stati Uniti. La “pazienza strategica” obamiana era fondamentalmente nutrita dalla speranza che se isolato il regime potesse collassare. Ciò, ovviamente, è rimasta una mera speranza, perché, nella realtà dei fatti, il regime nordcoreano ci ha costantemente mostrato di poter sopravvivere abbastanza tranquillamente anche in una situazione di quasi totale isolamento e abbandono. È molto più conveniente, quindi, che le istituzioni internazionali inneschino delle strategie di maggiore dialogo con Pyongyang, magari mantenendo delle forme di pressione che possano convincerla ad abbandonare – nel lungo periodo – le sue velleità relative al nucleare e ai missili. La comunità internazionale, tuttavia, ha ormai da molto tempo sposato la postura in base alla quale si vorrebbe che Pyongyang abbandonasse il suo arsenale atomico prima di procedere a qualunque altro passo. È ovvio, tuttavia, che questa strada viene rigettata dalla Corea del Nord perché il regime è molto conscio di come si siano evolute le situazioni irachena e libica, per esempio.  ˇ

Una situazione di grande tensione in tutta l'area del Pacifico : che ruolo gioca la Cina?

La Cina gioca un ruolo importante ma molto meno fondamentale di quello che le chiedono di giocare sia la gran parte dei commentatori internazionali sia l’attuale amministrazione statunitense. Per molte ragioni la Cina ha timore di fare troppa pressione sul regime nordcoreano, perché ciò potrebbe rappresentarne la fine e scatenare una spirale che nuocerebbe agli interessi nazionali di Pechino. La Cina, d’altra parte, vuole presentarsi all’esterno come “attore responsabile” e sa di avere gli occhi delle grandi potenze puntati addosso quando si tratta della “questione nordcoreana”. Anche Pechino, quindi, deve affrontare una sorta di dilemma, che è diventato negli ultimi tempi sempre più drammatico, ripercuotendosi anche pubblicamente, con molti studiosi che hanno cominciato a pubblicare degli articoli in cui suggeriscono al governo di “sganciarsi” da Pyongyang, raffigurata come un elemento di destabilizzazione persino per Pechino.

(agi)

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