ANNO XIII  Agosto 2019.  Direttore Umberto Calabrese

Mercoledì, 19 Giugno 2019 03:06

Totti lascio ma “Roma è Roma”

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Un “Capitano” sente il dovere di portare avanti la sua squadra. Se poi di nome fa Francesco Totti non si può pensare di tenerlo in un angolo.

Così comunica: «Il 17 giugno 2019 ho mandato una mail dove ho dato le mie dimissioni per l’A.S. Roma e speravo che questo giorno non arrivasse mai». Un altro macigno scaraventato sulle teste dei romanisti, da poco orfani di De Rossi e con una stagione deludente alle spalle. 

Il popolo giallorosso – come più volte lo definisce Francesco in conferenza stampa – non sarà felice di sapere che si è sentito costretto ad andar via, o che dopo le sconfitte della Roma c’è chi sorride e ne è felice, tantomeno dell’apparente processo di “deromanizzazione” del club. Il problema è che hanno sempre voluto dice: «levare i romani dalla Roma». Queste di certo non saranno verità innocue per gli animi dei tifosi già in contestazione verso la società. 

Dal Salone d’Onore del CONI – concesso dal Presidente Malagò – Totti tuona. «Questo è un giorno molto brutto e pesante». Ha atteso due anni con tante speranze e proponendo vari tentativi per risollevare la sua Roma. Sente che proprio quella società che ama e l’ha visto crescere adesso l’ha giocato. Racconta delle poche volte che è stato convocato per una riunione, 10 in due anni, e mai prendendo in considerazione i suoi consigli sulle scelte di mercato. Trattato da incompetente anche quando i suoi pareri trovavano conferma sul campo. Parla di una mancanza di regole nel lavoro: «il problema di Trigoria è che la gente ha paura a fare le cose e non le fa subito. Uno solo deve decidere non dieci! Quando c’è il capo tutti fanno quello che devono fare, se il capo non c’è tutti fanno come je pare». Voleva ristabilire nello spogliatoio un clima di unione con obiettivi comuni e lavorare per riportare la squadra ai vertici. Perché: «la Roma è la Roma, basta! Il resto non conta niente!».

Ogni battuta è una dichiarazione di cuore. Quando parla sembra di vederlo ancora giocare nella sua Roma, quel ragazzino con la fascia in testa o il codino al vento che scopre scritte sotto la maglia e offre il pollice al Pupone, tra palle in rete e assist vincenti. 

 Ringrazia sia Ranieri per la sua disponibilità e quanto fatto nel club giallorosso, sia Antonio Conte per essersi dimostrato disponibile a venire alla Roma, dopo la sua chiamata. Però le tante promesse fatte al campione mai mantenute, sommate alla poca stima dimostrata, hanno trovato il capolinea nella nomina di Fonseca. Per Francesco Totti è troppo! Precisa non avere nulla contro l’allenatore e gli augura di vincere perché da romanista sarà sempre contento se la Roma andrà bene. Precisa che l’unico contatto da lui effettuato è stato quello di Conte. Mai chiamati Gattuso, Mihajlovic o altri. «Il resto tutta fantascienza!». Afferma che hanno provato a farlo passare da stupido diffondendo la notizia che tutti i suoi contatti avevano rifiutavano l’ingaggio, così precisa: «l’unico allenatore che ho sentito è stato Antonio Conte». Aveva voglia di avviare con lui una rivoluzione nel club. Totti mirava al cambio di mentalità. Un’iniezione di resilienza per sentirsi vincenti. Qualità di cui è sempre stato dotato oltre i periodi bui del club. Contaminare così ogni giocatore di quell’ostinazione da podio per puntare alto credendoci fino alla fine. 

«Era già tutto deciso!». Sembra indicare il diktat della politica aziendale dell’A.S. Roma e lascia intendere che al centro degli interessi vi sia l’aspetto finanziario che impone la vendita di altri giocatori blasonati entro il 30 giugno: Dzeko  e Manolas.  Forse anche altri andranno ad aggiungersi alle vendite scomode iniziate alla vigilia dello scorso campionato, quando la Roma aveva guadagnato la semifinale di Champions League battendo – in una rimonta inimmaginabile – il Barcellona. Dopo quel periodo d’oro Di Francesco aveva chiesto quattro giocatori e incalza: «vuoi sapere quanti gliene hanno presi? Zero! Tu lo sapevi? No, io sì!».

La convocazione a Londra per la scelta del nuovo coach manda in pezzi quel legame già precario. «Se il vaso è rotto è difficile mettere i cocci al posto giusto. Non sono andato a Londra uno perché sono stato avvertito due giorni prima, due avevano già deciso l’allenatore e allora cosa vado a fare». L’ultima parola spettava a Londra ed era inutile dire ciò che si pensava.

Non nasconde il disaccordo con Franco Baldini con il quale non ha mai avuto un rapporto e mai lo avrà. Uno dei due doveva andare via e così si è fatto da parte lui, perché troppi cani che abbaiano danneggiano la società. 

Rivela di non aver nulla contro Baldini o Pallotta ma afferma più volte che il Presidente si fida delle persone che non fanno il bene della società e che lui è sempre stato un personaggio scomodo sia da giocatore sia da dirigente.

Adesso valuterà le tante offerte ricevute e sceglierà la migliore. Risponde simpaticamente alla provocazione se vi fossero anche Juventus e Napoli fra queste: «adesso non esageriamo!». E si guadagna l’applauso.

Auspica di tornare alla sua Roma presto con una nuova proprietà che apprezzerà le sue qualità e vorrà restituire alla squadra un posto di rilievo al vertice della classifica. 

Gelida la risposta da oltre oceano del padron giallorosso. Pallotta sostiene di avergli offerto una carica ambita, il posto di Monchi. Definisce le dichiarazioni di Totti una visione fantasiosa delle cose e chiarisce che il club non è in vendita. Augura così a Francesco buona fortuna per la sua carriera.

Grande l’amarezza della Bandiera più amata dalle ultime tre generazioni di romanisti nel dire che la Roma è stata la sua seconda casa e perciò: «prendere questa decisione è stato difficilissimo perché avrei voluto portare questa città ad alti livelli e fargli fare bella figura».

Da uomo libero di fede romanista si sente di augurare a Pallotta di aprire gli occhi e si propone di chiedere a Daniele De Rossi di andare a guardare qualche partita in Curva Sud.

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