ANNO XIII Ottobre 2019.  Direttore Umberto Calabrese

Mercoledì, 31 Luglio 2019 16:43

Luigi Maria Vignali: È ora che l’Italia conosca gli Italiani all’Estero

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Direttore generale per gli italiani all’estero della Farnesina, Luigi Maria Vignali Direttore generale per gli italiani all’estero della Farnesina, Luigi Maria Vignali

Con l’audizione del Direttore generale per gli italiani all’estero della Farnesina, Luigi Maria Vignali, è proseguita in Commissione Affari Esteri del Senato l’indagine conoscitiva sulle comunità italiane nel mondo. Introdotto dal presidente della Commissione, Vito Petrocelli, Vignali – in poco più di un’ora – ha parlato ai senatori dei quasi sei milioni di italiani all’estero e spiegato cosa fa la Farnesina per assisterli. Il DG ha quindi anticipato una massiccia campagna di informazione in vista delle prossime elezioni dei Comites, in programma nel 2020, e ventilato la possibilità di manifestare la cosiddetta “opzione” in occasione del voto – se vuoi votare, lo devi dire – attraverso Fast It.


Realtà “importante e multiforme”, quella degli italiani nel mondo, ha esordito Vignali, “non del tutto conosciuta nel nostro Paese”. Una comunità composta da vecchia e nuova emigrazione, dai connazionali “partiti molti anni fa”, dalle seconde e terze generazioni “che chiedono di conoscere il nostro Paese” e che “devono essere in qualche modo coinvolte anche in questa funzione di “rappresentanza” dell'Italia all'estero per promuovere quello che alla Farnesina chiamiamo il “vivere all'italiana” e poi ci sono ovviamente anche le nuove ondate di mobilità verso l'estero”, non solo “cervelli in fuga”.
Un termine, per Vignali, “anche abusato, se vogliamo un po' retorico”. La verità è che la collettività all’estero è davvero variegata: la nuova mobilità è composta da “un 30, 35% di laureati, un altro 30% di diplomati e un altro 30% senza neanche il diploma”, dunque “italiani che partono per la ricerca di condizioni migliori, senza avere necessariamente alle spalle una formazione scolastica tecnica adeguata”. Persone che “purtroppo, a volte, rischiano di cadere preda di sfruttamento proprio nei paesi di accoglienza”.
Gli iscritti “nei registri consolari con passaporto italiano sono ormai quasi 6 milioni, di fatto la seconda regione italiana, dopo la Lombardia prima di Lazio e Campania. È una realtà imponente – ha detto ancora Vignali – che ci rappresenta all'estero ma che al tempo stesso chiede servizi, chiede di poter interagire col Paese d’origine”. Incrociando i dati Istat con quelli degli schedari consolari “si parla di un milione di italiani che si è recato all'estero negli ultimi 5, 6 anni”; una cifra che, va da sé, non comprende chi non si è registrato all’Aire, “magari perché il loro è un tentativo, un esperimento di vita fuori dall'Italia”. Insomma sono numeri “probabilmente sottostimati” che fotografano un fenomeno di per sè “certamente non negativo”, quello di mettersi alla prova all’estero, che però lo diventa se questo capitale umano non torna più in Italia.
In questo caso c’è “una perdita secca per il Paese che come ha detto lo stesso ministro dell'economia qualche giorno fa ha è pari a 14 miliardi di euro l'anno”.
Occorre dunque che il Paese “acquisisca consapevolezza” per poter “dare risposte” adeguate, ad esempio, “preparando i nostri ragazzi alla partenza, anche da un punto di vista semplicemente linguistico; oppure favorire l'incrocio fra domanda e offerta di lavoro e preparare percorsi e strategie di rientro”. Al tempo stesso occorre, per Vignali, “bisogna saper valorizzare chi è nato, cresciuto e vissuto sempre all'estero per poterne qualche modo ingaggiare le competenze nella promozione del Sistema Paese”.
Per interagire con la nuova mobilità, la Farnesina e la Dgit in particolare hanno attivato, grazie alle nuove tecnologie, modalità nuove di contatto e informazione: “dobbiamo poter intercettare questa mobilità attraverso un linguaggio più familiare, attraverso i social network, le piattaforme digitali”. Per farlo “la Farnesina ha avviato dei progetti di prima accoglienza dei giovani italiani che si recano all'estero, ma anche dei meno giovani”, cioè gli ultra 40enni che si spostano con interi nuclei familiari. “Dobbiamo offrire servizi adeguati, in termini di rapidità del servizio consolare, penso per esempio alla concessione del passaporto o all’iscrizione all’anagrafe impiegando le tecnologie digitali” che questi connazionali già usano per dialogare con l’amministrazione del Paese di accoglienza.
“Per questo abbiamo lanciato il progetto Fast it”, ha sottolineato Vignali, che “in poco più di un anno e mezzo ha già raggiunto circa 300.000 pratiche registrate”, tra iscrizioni Aire, cambio di circoscrizione. “A breve vorremmo lanciare anche un ulteriore servizio: la presentazione della pratica per il rilascio o il rinnovo del passaporto”, anche se poi “ci sarà bisogno di recarsi fisicamente in Consolato per prendere le impronte digitali”. Ma comunque “è un passo avanti”, così come lo è stato l’introduzione delle macchinette per la captazione delle impronte fornite alla rete onoraria. Un servizio “già utilizzato da 13.000 italiani”.
Fast It, ha ricordato il Direttore generale, incorporerà “Pago Pa”, per i pagamenti digitali, e già ha integrato lo Spid , cioè il sistema pubblico d'identità digitale che “in futuro consentirà l'accesso a funzionalità importanti”, tra cui un eventuale voto elettronico.
Di elettronico, nel prossimo futuro, ci sarà la carta di identità: Vignali ha infatti ricordato la sperimentazione che partirà a settembre a Nizza, Atene e Vienna, “un primo passo” cui seguirà “la possibilità di rilasciare la cie a tutto il resto dell'Unione Europea e nei paesi associati all'Unione Europea, quindi anche Svizzera e Norvegia”. E poi nei Paesi extra Ue.
Chiuso il tema dei servizi, Vignali ha affrontato quello della rappresentanza, ricordando, in primis, che nel 2020 gli italiani all’estero voteranno per il rinnovo dei Comites. “Un passaggio molto importante” perché i Comites sono “gli interlocutori” che raccolgono “la voce degli italiani nei vari territori di riferimento”.
Obiettivo della Farnesina è quello di informare così da garantire un’ampia partecipazione: “intendiamo avviare una campagna per il voto già a partire da settembre” per fare di questo voto un “successo” in termini di partecipazione, al contrario di quanto accadde nel 2015. “Ci piacerebbe che venissero coinvolte anche le nuove generazioni” che “hanno energia e voglia di impegnarsi, come abbiamo visto recentemente nel Seminario di Palermo”. Quindi, la Dgit avvierà una “doppia campagna”: la prima, informativa, rivolta a tutti per “far conoscere le modalità di voto”; l'altra “per far votare i giovani” per invogliarli a “candidarsi”. I Comites, ha ricordato Vignali, “eleggono il Cgie, che è, come sapete, un organo invece di interlocuzione con il governo e con il Parlamento”.
Accade, però, ha ricordato Vignali, che gli italiani aventi diritto al voto aumentano – “immagino che alle prossime elezioni toccheremo facilmente i 5 milioni di elettori potenziali” – ma le risorse per farli votare no. “Sta al Parlamento, ovviamente, trovare una soluzione. Sta a me indicare la difficoltà che l'Amministrazione incontra sempre più nell'affrontare le elezioni all'estero a legislazione vigente”.
Brexit e Venezuela le criticità citate, infine, da Vignali.
Sul fronte britannico, ha ricordato Vignali, “Governo e Parlamento hanno stanziato risorse per nuove assunzioni nei Consolati, in particolare a Londra, e per la riapertura di una nuova sede consolare Manchester”, che sarà competente per una circoscrizione più ampia.
Quanto al Venezuela, lì “vivono 143 mila italiani, non italo-discendenti, italiani che hanno pienamente diritto a una protezione da parte del nostro Paese. Abbiamo dato delle risposte in termini di aiuti, in particolare con i medicinali, e potenziando notevolmente i servizi consolari in particolare per il rilascio del passaporto, con un aumento dei rilasci di oltre il 50% rispetto all'anno scorso, proprio per venire incontro a chi vuole lasciare il Paese. la situazione resta molto difficile ed è giusto averne consapevolezza”.
Ad impegnare la Farnesina, quest’anno, anche la conferenza Stato-Regioni-Pa-Cgie, “appuntamento importante che è stato calendarizzato dalla Presidenza del Consiglio e dal ministro Stefani in particolare per la fine di novembre”, occasione in cui si parlerà “dei temi di grande interesse che potranno essere trattati congiuntamente” tra cui “il turismo di ritorno”, ma anche “la fiscalità per gli italiani all'estero, l'assistenza sanitaria, la formazione per i giovani che vogliono recarsi all'estero e il sistema di rientro dei giovani dall'estero”. Una conferenza sui cui già pende “un nodo finanziario” perché “bisogna trovare le risorse affinché i membri del Cgie possano venire a Roma per discuterne. Noi ci stiamo impegnando: la Farnesina ha chiesto una assegnazione adeguata nell’assestamento di bilancio, ma non c'è stata concessa in prima battuta. Però non demordiamo”, ha concluso Vignali. “Continuiamo a insistere e su questo sappiamo di poter contare sul sostegno di tanti parlamentari”.
Nel dibattito, i senatori hanno chiesto a Vignali stime sulle iscrizioni all’Aire, i paesi meta della nuova mobilità, cosa fa la Farnesina per gli italiani in Africa, la sua opinione sull’inversione dell’opzione nel voto all’estero e, da ultimo, sulla opportunità di far votare gli italiani all’estero.
Sull’iscrizione all’Aire “fare delle stime precise è difficile”, ha risposto Vignali. Certo in America Latina, “in cui per ragioni di distanza ma anche di storicità della collettività italiana, sicuramente la percentuale degli italiani che si iscrivono all'anagrafe è estremamente elevata”. Non lo è nei Paesi europei “in cui invece la mobilità da e verso l'Italia può essere più facile e dai quali, tutto sommato, può convenire tornare in Italia per usufruire dell'assistenza sanitaria gratuita, per esempio”, visto che “una delle conseguenze dell’iscrizione all'Aire, come sapete, è che si perde il diritto all'assistenza sanitaria gratuita in Italia”. Poi ci sono “situazioni di vera e propria irregolarità negli Stati Uniti dove c'è una percentuale, difficile da stimare, di italiani che sono rimasti alla scadenza del visto turistico: essendo in situazione di irregolarità non possono iscriversi all'anagrafe”. Indicativo il caso Gran Bretagna: “i dati pre Brexit ci parlavano di una comunità stimata registrata di 280-290 mila italiani. Dopo il referendum i nostri connazionali si sono affrettati a iscriversi all'anagrafe per poter dimostrare la loro residenza in qualche modo “storica” nel Regno Unito. Abbiamo scoperto che probabilmente nel Regno Unito non sono 380.000 ma probabilmente 600 - 700.000. Adesso in Consolato se ne sono registrati 340000, cioè 50mila in 2 anni”.
Quanto alle mete, sono soprattutto in Europa: “il Regno Unito nonostante la Brexit, la Germania, dove però integrarsi è più difficile, se non altro per ragioni linguistiche, la Francia. Flussi minori in Nord America, mentre abbiamo “correnti” verso il Brasile e l’Australia”.
Quanto agli italiani in Africa, nessuno li dimentica, ha assicurato Vignali rispondendo al senatore Iwobi: “abbiamo un importante collettività in Sudafrica, composta da 140.000 connazionali” che ora vivono una situazione delicata. Mi sono recato un anno fa circa in Sudafrica proprio per dare un segnale di vicinanza alla nostra collettività: a Johannesburg ho trovato una comunità molto coesa di italiani all'estero, partecipe della vita del Paese, ben integrata anche se devo dire impaurita dagli avvenimenti, in particolare della criminalità comune. Poi ci sono collettività importanti anche in Senegal, circa 3 mila italiani, in Kenya con poco più di duemila, in Etiopia poco meno di 2000. Questi i numeri più importanti dell'Africa subsahariana. Poi ovviamente abbiamo il Mediterraneo: circa 7 mila italiani in Tunisia, 6500 in Marocco e in Egitto”. Quanto alla Nigeria – paese d’origine del senatore leghista – “abbiamo due collettività: una più ridotta nella capitale Abuja di poco più di 300 persone e una più importante, di quasi 1000 connazionali, a Lagos. Quindi in tutto 1300 connazionali”
Interpellato da Petrocelli – che ha presentato un ddl di riforma del voto all’estero che contiene l’inversione dell’opzione – circa la possibilità che sia stata questa novità a falcidiare la partecipazione alle elezioni dei Comites del 2015, Vignali ha risposto di escluderlo. Per il Direttore generale si è trattato di mancanza di informazione.
“L’inversione dell'opzione – ha osservato Vignali –consiste nel mantenere intatto il diritto di poter votare all'estero: il connazionale può decidere di votare all'estero ma deve manifestare questa sua intenzione”. È “un sistema che ha degli indubbi vantaggi: il primo è che si ha la certezza del numero dei potenziali votanti; poi, nel comunicare l'intenzione di votare, l'elettore ci dà anche un indirizzo aggiornato”, quindi, “c’è meno dispersione delle buste elettorali”. Infine, “siccome non votano tutti quanti, c'è una riduzione del corpo elettorale e un forte risparmio finanziario. Per le scorse elezioni politiche abbiamo impiegato 30 milioni di euro per far votare 4.700.000 italiani ma poi hanno votato effettivamente solo 1.300.000. Se lo avessimo saputo in anticipo avremmo potuto concentrare le risorse per farli votare in maniera più sicura e più trasparente”. La bassa partecipazione nel 2015 “quando per i Comites votò circa il 5% degli aventi diritto non credo sia dovuta all’opzione, ma alla mancanza di una campagna informativa adeguata. All'epoca, poi, non c'erano gli strumenti informatici di registrazione. Noi vorremmo utilizzare Fast It, che funziona molto bene, per far esprimere l'intenzione di votare ai nostri connazionali. Credo che, pur con l'inversione dell'opzione, le elezioni dei Comites potrebbero essere un successo, potremo sicuramente aumentare la percentuale elettorale”. Certo, le elezioni politiche hanno un altro “impatto”.
Elezioni politiche a cui, secondo Airola (M5S), gli italiani da tempo residenti all’estero forse non dovrebbero partecipare: “secondo lei – ha chiesto il senatore a Vignali – una persona che da 25 anni vive, paga le tasse altrove e ha pochissimi contatti con il nostro Paese ha ancora diritto di votare e decidere le sorti del nostro paese, dopo che ha passato, e si presume finirà, una vita in un altro paese? Parlo di persone che si sono costruite una vita, che magari se ne sono andate non così felici dell'Italia: c'è ancora ragione per cui loro debbano esprimere la loro opinione su una cosa che non condividono più?”.
Per Vignali “innanzitutto non dobbiamo sottovalutare il livello di interesse che le collettività italiane hanno per il nostro Paese e per quello che qui accade. In secondo luogo credo che questa domanda vada rivolta proprio agli italiani e l'inversione l'opzione di fatto si traduce in proprio in questo: domanda agli italiani “sei interessato a esprimerti sul futuro del nostro Paese, del suo Parlamento, del suo Governo, e sul suo futuro economico? Questo è il senso profondo dell’inversione dell'opzione. Con il sistema attuale – ha aggiunto Vignali - noi inviamo buste elettorali a tutti i potenziali elettori senza fargli questa domanda, senza chiedere loro se sono ancora interessati a pronunciarsi sul nostro paese e sul futuro della sua politica, della sua economia”.
Ultimo ad intervenire il senatore Aimi (Fi) che ha chiesto al Direttore generale di sintetizzare la composizione della collettività all’estero, per età e professioni.
“Come accennato all'inizio del mio intervento, circa il 35% è laureato, un 32% è diplomato e un 30% più o meno ha la terza media”, gli ha risposto Vignali. “Vi sono anche italiani adulti che si muovono: addirittura il più alto tasso percentuale di aumento sta nella generazione che va dai 50 ai 60 anni. È questa la fascia che negli ultimi anni ha visto una maggiore incidenza di espatri”.
Quanto al monitoraggio delle professioni “è difficile” perché “l'occupazione viene monitorata dal momento in cui si scrivono all'Aire, ma non sempre si scrivono” dunque si hanno ancora “dati parziali”. “Innegabile” per Vignali l’influenza della crisi sulla ripresa die flussi: "a partire dalla crisi del 2007 questi flussi mobilità sono aumentati” con una “impennata nel 2013 -2014. Ora sembra che il flusso si sia più o meno stabilizzato”. I ritorni “sono molto limitati, parliamo di alcune decine di migliaia di italiani”. Quelli che partono “non necessariamente lo fanno da regioni dove maggiore è l'incidenza della disoccupazione: il maggior numero delle partenze si ha dalla Lombardia e dal Triveneto, perché per andare all'estero, soprattutto per chi aspira a trovare opportunità adeguate al proprio ciclo di studi, c'è bisogno di una famiglia alle spalle e del suo sostegno finanziario”.
“Non è che si parte solamente dalle aree più povere”, ha ribadito Vignali, sottolineando ancora la necessità di “preparare questi ragazzi alla partenza” ma anche di “sapere dove andarli a intercettare, per attivare circuiti di rientro, ove possibile”. (m.cip.\aise)

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