ANNO XIV Novembre 2020.  Direttore Umberto Calabrese

Sabato, 24 Agosto 2019 05:26

La mutazione in politica e nuova teoria sulla società della comunicazione

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Teoria Delle Mutazioni Politiche - dieci elementi fondamentali per la nuova teoria politica della società della comunicazione

Anche Nadia Urbinati[1], senza di me anche se dopo di me[2], ha scoperto il concetto di “mutazione politica”. Lei la chiama “mutazione antiegualitaria”. Entrambi abbiamo la stessa concezione del termine, in qualche modo mutuato dal lessico della biologia; sebbene io contesti che la sua natura sia di essere appunto antiegualitaria. 

Distinguo tra mutamento e mutazione. 

Per mutamento si intende un cambiamento del fenotipo sociale. Come e più dei singoli organismi le società hanno una serie di caratteri e di caratteristiche, come ad esempio l’aggregazione familiare, gli usi, i costumi e, in generale, i comportamenti sociali, che sono percepibili e osservabili. La sociobiologia contemporanea[3] distingue questi caratteri in fenotipi negativi, quelli che cadono in desuetudine e tendono a scomparire nel corso degli anni, e i fenotipi adattativi, quelli che si riscontrano nell’habitat, si propagano rapidamente come moda, restano come background culturale e si solidificano in tradizioni[4]. In ogni caso, il mutamento di una qualsiasi organizzazione è sempre un cambiamento fenotipico. 

Per mutazione, invece, si intende un cambiamento del genotipo sociale. Infatti il cambiamento del genotipo non modifica i caratteri di una determinata organizzazione, ma la sua connotazione. Si tratta di un cambiamento dei geni sociali, di una trasformazione strutturale del DNA di una determinata società. Ad esempio, il modello di vita degli umani passa da migrante a sedentario, da agricolo a industriale, da fisico a bionico. Una mutazione cambia dunque definitivamente il corredo genetico di un contesto politico o di una determinata società. 

I gruppi similari sono quelli che hanno lo stesso genotipo, pur avendo diverso fenotipo. In sociobiologia, ad esempio, la democrazia francese ha lo stesso genotipo dalla democrazia americana, pur avendo un diverso fenotipo. L’epigenetica insegna che con il tempo (cioè con la consuetudine, che consiste nel depositare in modo ricorrente energia-informazione da una funzione – fenotipo – ad una struttura – genotipo) è possibile che il fenotipo modifichi il genotipo di un qualsiasi soggetto vivente (sia esso organismo, organizzazione, sistema o network), come essenziale processo di adattamento all’ambiente. Se il soggetto vivente non si adatta rischia l’estinzione. Possiamo sostenere, dunque, che a cicli ricorrenti (e, in termini sociali, in intervalli di tempo decrescenti) un soggetto vivente qualsiasi è sottoposto a mutazioni genotipiche per contenere il surplus di energia-informazione (entropia). I mutamenti fenotipici (funzioni) trasmettono energia-informazione (entropia) al corredo genetico (struttura), nella dinamica relazionale tra se stessi, con l’habitat sociale (la rete) e l’ambiente naturale, per adeguarsi al processo di adattamento e garantire la propria sopravvivenza. Tutto questo avviene continuamente in soggetto vivente qualsiasi, sia esso un organismo o una organizzazione (nella forma di comunità, società, sistema o network). 

La contestazione a Nadia Urbinati[5] consiste proprio nel fatto che, a mio avviso, quella antiegualitaria, dovuta alla rottura del compromesso socialdemocratico, non è una mutazione ma un mutamento, perché è soltanto un cambiamento fenotipico; un effetto, non la causa. 

Ho individuato quattro, solo quattro[6] mutazioni nella storia dell’umanità, cioè di cambiamenti genotipici, e tutti scatenati sempre dallo stesso cromosoma, quello che porta più chiaramente di altri l’intera informazione genetica, l’unico in grado di governare, di equilibrare o squilibrare, il processo di adattamento: il potere. Con un linguaggio più evocativo le ho chiamate le quattro cosmogonie del potere, quelle mutazioni cioè che ridefiniscono interamente i nostri rapporti con l’universo, il cosmo delle regole e delle regolazioni, la complessità delle relazioni fenomenologiche in cui siamo immersi: 

dalla conquista della posizione retta alle piramidi egiziane, l’avvento dell’ontopower, il potere ontologico della sopravvivenza, l’epoca della logica endofasica;

da Narmer, primo faraone della prima dinastia egiziana, alle grandi rivoluzioni americana, francese, inglese (e, forse, quella più distante e reattiva russa), l’avvento dell’egopower, il potere egocentrico dell’autorappresentanza, l’epoca della logica formale; 

dalla rivoluzione industriale alla caduta del muro di Berlino, in soli duecento anni profondissimi di storia, in cui siamo passati (per traumi sconvolgenti) dal cavallo al missile, l’avvento del biopower, il potere del controllo della vita, la sua cura, la sua tutela, la sua gestione dalla culla alla bara, l’epoca della logica computazionale; 

dal crollo delle mura e delle torri a noi, l’avvento dell’epipower, il potere epistemologico dell’autorappresentazione, la verità che produce realtà e anche la realtà che induce verità, la società della comunicazione e l’intelligenza collettiva, l’ologramma della conoscenza e le minacce di omologazione, l’epoca della logica quantistica. 

Quattro, solo quattro mutazioni, in una dinamica del potere che è sempre la stessa: garantire la propria vita, dalla sopravvivenza (ontopower) alla cura (biopower), e governare l’ambiente, dalla rappresentanza (egopower), alla rappresentazione (epipower). 

Quattro mutazioni fondamentali che hanno dotato l’umano di quattro dimensioni logiche fondamentali: la logica endofasica, la logica formale, la logica computazionale e la logica quantistica[7]

Quattro mutazioni che hanno fornito l’umano di quattro strumenti interpretativi fondamentali: la conoscenza, la razionalità, la coscienza e la ragionevolezza. 

Quattro mutazioni che hanno generato quattro habitat sociali differenziati: la comunità, la società, il sistema e il network.

La grande mutazione che stiamo vivendo, dunque, è l’avvento della società della comunicazione, un nuova cosmogonia, una nuova visione delle regole che governano, perché lo generano e perché lo gestiscono, l’universo della nostra vita quotidiana. 

Non so se le cose che si dicono, la pletora di analisti, giornalisti, politici, commentatori e intellettuali, siano tutte, contemporaneamente vere; se siano soltanto “il gre gre di ranelle[8], come avrebbe detto Pascoli; o se siano il tentativo disperato di sparare contro un bersaglio invisibile, ciechi che tirano sassi, come si diceva nel mio paese per indicare la disperazione dei tentativi inutili e a vuoto. Parole e concetti che vaganonell’etere, anarchici, non in libertà, ma in solitudine, disperatamente muti alla ricerca di una ragione-guida, di un concetto che illumini questa transizione incomprensibile. 

Tanta insistenza è il prodotto certamente di qualche buona volontà e di molta astuzia opportunistica. Molti ripetono. Molti altri ne approfittano. Ma è tutto melanconicamente inutile e sfibrante. E continuerà vacuamente fino a che non prenderemo definitivamente coscienza che la transizione che stiamo vivendo, quella che in gran parte stiamo subendo, è l’avvento della società della comunicazione, l’ultima delle sole quattro cosmogonie nell’intera storia dell’umanità. 

Oggi è la comunicazione che produce società. 

Bauman diceva una volta “la società era la realtà, punto e basta”. 

Oggi non è più così. 

Viviamo la scissione definitiva tra la realtà e la verità. Siamo in una condizione in cui si può produrre una verità non corrispondente alla realtà e solo successivamente adeguare la realtà alla verità. La società produce realtà, diverse realtà multidimensionali che necessitano, ciascuna per sua legittimazione, di diversificate verità. Per me, oggi, con l’avvento della società della comunicazione la verità è un ologramma di società. E, al tempo stesso, inevitabilmente, la società è un ologramma della realtà. 

Gli elementi principali di questa mutazione, il decalogo della mutazione, sono: 

la complessità significa connessione (sia differenziazione che integrazione), ad esempio, la dimensione della politica e dell’economia è totalmente integrata, inscindibile, simbiotica, con la politica si fanno i soldi e con i soldi si fa la politica, la decisione politica produce dimensioni economiche e nuove dimensioni economiche producono decisioni politiche; 

gli Stati non esistono più, sono organi di gestione delle mire espansive (nemmeno espansionistiche) sul piano globale e di controllo sul piano locale di gruppi di potere (economici e politici), una struttura di e per tecnostrutture; 

esistono invece, sempre più in formazione, piattaforme continentali di nazionalità, moltitudini[9] anonime connesse da network glocali di appartenenza partecipata (che possono assumere diverse morfologie all’interno di un intervallo compreso tra i due poli della segregazione e/o della integrazione); 

il governo di un solo network politico (una volta chiamato sistema, e prima ancora organizzazione e prima ancora organismo) può avere un ruolo significativo sul piano sociale, determinante sul piano politico specie rispetto al potere, imponente rispetto alla economia di produzione e/o fiscale: perché un solo network ben governato può produrre un numero indefinito di verità, tutte credute, direi, tutte vere a vari livelli dimensionali, senza che necessariamente queste verità si trasformino o rispecchino mai le realtà individuali altrettanto multidimensionale. E, in questo vuoto tra verità indotte e realtà vissute può sprofondare la democrazia; 

la cultura è la nemica principale dell’autocrazia mono-tono del potere nella comunicazione, la capacità oratoria e il peso del concetto sono banditi dai linguaggi sociali, perché il nuovo potere autocratico mira a svuotare i cervelli; 

i cittadini vengono trasformati in una platea di utenti omologati, etero diretti dalla mano invisibile del gruppo di pari[10] e dalle proiezioni, dalle rappresentazioni di sé che i media continuamente producono (o che addirittura si auto producono sui media) per trasformarci tutti in una massa di consumatori plaudenti sempre pronti a spendere in centri commerciali iconograficamente identificabili e di votare sulla base di un input emozionali e riflessivi, comprare e votare con uno slogan pubblicitario; 

il rapporto di rappresentanza, io ti voto tu mi rappresenti, è sostituito dalla relazione responsiva, introduco un input nel sistema comunicativo e ricevo un output, non so da chi, non so da dove e sono dunque libero di essere irresponsabile; 

nelle piattaforme continentali di nazionalità il governo degli Stati nazionali non conta più nulla, conta la governance, cioè la capacità di interconnessione tra i problemi reali e le soluzioni immediate, la partecipazione diretta alla produzione condivisa della realtà; 

i network politici e sociali contemporanei si riformano, non sulla base di un almanacco di urgenze impellenti, ma modificando le tre funzioni che ne determinano la forma o la connotazione (funzioni morfologiche), che sono sempre: la funzione fiscale (per la produzione delle risorse), la funzione culturale (per la produzione delle idee) e la funzione elettorale (per la produzione delle competenze); 

quando le tre funzioni morfologiche sono obsolete o inadeguate si produce, nel network politico e sociale, un esponenziale incremento di entropia e quindi una ingiustizia generalizzata e diffusa, e i network depauperano, declinano e si disintegrano con un rombo o con un lento lamento. 

Se non si prende definitivamente coscienza della quarta mutazione, dell’avvento della società della comunicazione, sarà tutto inutile: inutile rincorrere i problemi, inutile sostituire le persone, inutile recuperare risorse. 

Occorre una teoria politica (filosofia e scienza) per la società della comunicazione.  E se si vuole una teoria politica della democrazia della comunicazione, bisogna considerare, non solo e non più la rappresentanza e la rappresentazione, quanto principalmente la partecipazione perché i network in cui viviamo esistono (e resistono) grazie alle connessioni. Senza le opportune connessione torniamo ai microsistemi chiusi, alla solitudine ossessiva dei poli e al dominio soffocante dell’inerzia. (blog del professore 

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