ANNO XIII  Aprile 2019.  Direttore Umberto Calabrese

Lunedì, 30 Luglio 2018 06:29

Genealogia Democratica. 6 - LA CRISI

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Molto potremmo discutere di quanto sia rimasto nella storia del pensiero politico delle similitudini tra democrazia e giustizia, oligarchia e intelligenza, monarchia e saggezza. Non è però la storia del pensiero politico che affrontiamo qui.

Qui affrontiamo la storia del pensiero democratico, nei suoi più significativi appuntamenti, e cerchiamo di capire che cosa sia avvenuto, perché la democrazia, a un certo punto è scomparsa dalla mente degli uomini.

Erotodo descrive il logos tripolitikos.

Platone circa 100 anni dopo lo distrugge e, forse come reazione alla morte di Socrate oppure approfittando di quella morte, cancella la democrazia.

Platone sostituisce il logos tripolitikos con il logo “duopolitikos”. Non più Democrazia,  Oligarchia e Tirannide, ma semplicemente Repubblica o Monarchia. E la democrazia scompare.

Questo aspetto, nella devastazione cognitiva introdotta da Platone nella storia della filosofia in generale e del pensiero politico in particolare, non è stata sufficientemente colta. Molti hanno valutato esclusivamente i contenuti dei suoi testi e i limiti profondi dei suoi argomenti. Nessuno, che io conosca, ha trattato l’aspetto fondamentalmente paradigmatico del suo pensiero: la cancellazione della democrazia come categoria politica. Non tanto dunque il suo fondamentalismo religioso, è il deficit filosofico che dobbiamo considerare. Il fondamentalismo, come già ho ampiamente affermato, deriva dalla filosofia politica egiziana, è uno dei due strutturali elementi della cultura egiziana. Il primo interprete greco a noi noto fu Parmenide, da cui Platone trae gran parte del suo pensiero. Il deficit profondissimo, con conseguenze storiche stravolgenti fu il passaggio dal logos tripolitikos ala logos duopoliticos, la cancellazione della categoria politica della democrazia. La letteratura a me nota si è fermata ai contenuti della sua filosofia totalitaria, sottovalutando la logica paradigmatica che, anche con le contestazioni, si impone alla discussione e al formalizzazione cognitiva dei concetti di riferimento. Perfino il più critico dei contestatori di Platone, Karl Popper, che considerava le sue istanze politiche “puramente totalitarie e anti-umanitarie”, tratta compiutamente tutti gli aspetti del suo pensiero e del suo programma politico; ma non tratta la struttura logica del suo paradigma, che è stata, nella filosofia politica, la più sottile e influente minaccia alla democrazia. Ancora oggi, con la logica platonica diffusa, la democrazia corre costantemente seri rischi.

Il rischio è forte perché la minaccia colpisce nel segno. Non potendo contestare i suoi limiti, che sono insiti all’essenza e alla esistenza democratica (essendo la democrazia l’unico regime politico che fa della contestazione un elemento fondante essendo in grado di migliorare attraverso i suoi stessi errori), Platone la cancella semplicemente dalle forme politiche possibili. Cambia le carte in tavola. Nel suo logos duopolitikos esistono soltanto la Repubblica e la Monarchia.

La Repubblica, a cui Platone anela, è il governo di pochi filosofi che conoscono la verità ed hanno la competenza politica sulla realtà. La Repubblica di Platone è una oligarchia intellettuale.

La Monarchia e, per definizione, il governo di uno, del re saggio, di un solo filosofo. La Monarchia di Platone è una dittatura.

La democrazia semplicemente non c’è. È cancellata. difatti scomparirà dalla vita umana per circa 1500 anni. Scomparirà, intendo, la democrazia come modello politico anche se come frammenti di concetto talvolta resisterà (è presente, ad esempio, nell’idea di governo misto di Cicerone). Fino al 1200, la democrazia non esisterà più e forse non è un caso che proprio nel 1200 venga per la prima volta tradotta dal greco l’intera opera aristotelica.  Abbiamo piccole esperienze democratiche inqualificabili nella Magna Grecia. Parte della teorizzazione romana e latina considera (anche se solo accademicamente) il concetto di democrazia. Per tutto il Medio Evo però l’idea scompare del tutto e, per molti anni ancora, il problema centrale della teoria e della filosofia politica sarà quello della legittimazione del potere e della potenza (forza); non più quello della organizzazione del consenso come in Atene, agli esordi della democrazia.

Da quel momento in poi, cioè da Platone in poi, qualsiasi organizzazione tra le due possibili, Repubblica o Monarchia, può andare bene, che sia mista o differenziata; purché la gestione del potere e della sua potenza fosse legittimata da Dio (Bodin), dalle Leggi (Montesquieu) o dal popolo (Hobbes). Da quel momento in poi, secondo Massimo L. Salvadori, la vicenda della democrazia “entrò in una notte destinata a durare quasi duemila anni, vale a dire dal IV secolo a.C. al XVII secolo d.C.”.

Fino a quando? fino a quando è durata questa notte buia? si tornerà alla democrazia quando la legittimazione politica passerà da Dio al popolo. Ma è la stessa democrazia?la democrazia che abbiamo oggi è la stessa che abbiamo avuto 2500 anni fa ad Atene? La democrazia è risorta o è rinata? Siamo sempre nella stessa morfologia, nella stessa fisionomia o, pur essendo nella medesima tipologia, siamo in categorie politiche diverse, con diverse morfologie e diverse fisiologie?

La prima democrazia, quella di Atene, era un modello di rappresentanza politica del sistema sociale; la seconda democrazia, quella liberale, è un criterio di legittimazione del potere. È la stessa cosa?

Questa confusione dura ancora oggi. La incapacità di distinguere l’una dall’altra produce allucinanti equivoci e una confusione senza precedenti; specialmente tra la funzione della competenza (che oggi va molto di moda) e la funzione della della rappresentanza (pure eccessivamente enfatizzata). Si dice: per il rispetto della democrazia il Parlamento deve essere rappresentativo della società (e, addirittura, se la società può rappresentarsi da sola - tramite le nuove tecnologie - non serve più il Parlamento). Allo stesso tempo si dice che, a causa della complessità dei problemi, il governo e le leggi devono essere patrimonio di persone competenti. Forse si potrebbe semplicemente ottenere che la migliore rappresentanza sociale fosse attribuita alle persone più competenti. Basterebbe un adeguato meccanismo elettorale, cioè lavorare su un fattore morfologico dei network moderni, come aveva già compreso, molti anni fa, Solone.

Non credevo ci fossero tanti nemici della democrazia. Ho sempre pensato che la democrazia, specie per chi ci vive dentro, fosse un fatto politico consolidato che andava soltanto consolidato. Oggi sento qualcuno dire che la democrazia non serve più, che non è più necessaria. Leggo una enorme proliferazione di comodi intellettuali delle democrazie moderne che, per enfatizzare la loro originalità, si industriano in goffi voli pindarici per non ammettere un dato oggettivo inequivocabile: che in una democrazia si vive meglio.

Meglio di sempre. (iscriviti al blog del prof Ceci)

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