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Cultura: n di destra n di sinistra

martedì 8 aprile 2008 di Francesca Mentella


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Per tutto il Novecento, e ancora oggi, c stata una tendenza diffusa a definire la cultura come qualcosa di mancino. Ma perch questa bizzarra e annosa banalizzazione? Probabilmente perch qualcuno ci ha abituato a sovrapporre e confondere la cultura di sinistra con la stessa idea di cultura

Destra e sinistra: il vecchio discorso sui “massimi sistemi” si estende addirittura alla cultura. Per tutto il Novecento, e ancora oggi, c’è stata una tendenza diffusa a definire la cultura come qualcosa di “mancino”. Certamente è un luogo comune, ma si sa, i luoghi comuni sono duri a morire.

I giornali, le scuole, le università, sono sempre stati terreno fertile per la sinistra. Così quando pensiamo ad un uomo di cultura ci viene in mente un prototipo curioso, un’iconografia presente nell’immaginario comune, quasi una macchietta, caldeggiata da tanta letteratura e dallo stesso cinema: uomo barbuto, occhialini (da intellettuale, appunto), e possibilmente di sinistra. L’antropologia della strada lo vuole così.

C’è da ridere, ma neanche tanto perché sono schemi mentali pericolosamente fuorvianti.
Strano ma vero, il creativo o il colto, chissà perché, è generalmente pensato come individuo mai schierato a destra.

Ma perché questa annosa e bizzarra banalizzazione? Probabilmente perché qualcuno ci ha abituato a sovrapporre e confondere la “cultura di sinistra” con la stessa idea di cultura, che è ben altro!

Stando così le cose, risulta chiaro quanto sia sciocco e inutile chiedersi se la cultura si di destra o di sinistra, anche perché la cultura non ha bandiere, almeno non dovrebbe.

E’ evidente inoltre, che l’ideologia e i valori culturali della destra italiana sono stati ridotti all’osso e semplificati in pochi, banali concetti: Dio, Patria, famiglia e fascismo. La destra per la communis opinio si esaurisce qui, come se non ci fossero stati uomini di spessore, come se nessuno si fosse mai interessato alla cultura o all’arte.

Qualcosa di vero c’è e ce lo raccontano i fatti. Il PCI da parte sua si è sempre interessato alle vicende culturali italiane ed è stato il punto di riferimento di gran parte degli intellettuali del tempo. Ma se molti uomini e donne di cultura hanno utilizzato a proprio favore la militanza, altri -e penso al grande e “scomodo” Pier Paolo Pasolini - hanno sentito il peso di questo fardello.

Oggi, nostro malgrado, esiste ancora questa perversa tentazione classista.

Ma invece di pensare se la cultura appartenga a l’uno o all’altro schieramento politico, sarebbe necessario interrogarsi sul vero stato della cultura italiana e chiedersi dove è arrivata e quali risultati ha raggiunto.

La cultura, è noto, sa ben rappresentare lo stato di salute e di grazia di una democrazia sana. Oggi tuttavia il panorama è abbastanza desolante. Quasi fanalino di coda in Europa, nelle scuole secondarie superiori dilaga l’ignoranza. Le università, che dovrebbero produrre la crema intellettuale della Nazione, non riescono più ad essere poli di eccellenza e di cultura. La ricerca scientifica è ridotta al lumicino, e le nostre menti migliori sono costrette ad espatriare, cercando fortuna all’estero.

Tutto frutto di un sistema malato e della eccessiva ingerenza della politica nella cultura che nomina, spartisce e parcellizza a favore dell’uno o dell’altro, soffocando la meritocrazia e con essa la vera vita culturale del nostro Paese.

Esiste comunque anche un grande popolo silenzioso che rifiuta categoricamente questo modo di pensare e lavora senza volere appartenere a nessuno, al di là di ogni ideologia, senza tessere di partito, perché la cultura è di tutti.


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