Strage di Bologna, 2 agosto 1980, ore 10,25: come evitare speculazioni e scarsa sensibilità politica
sabato 2 agosto 2008 di Guido Laudani
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Oggi sabato 2 agosto 2008 sono esattamente 28 anni da quando alle ore 10:25 di sabato 2 agosto 1980 una bomba ad alto potenziale (5 chili di tritolo e T4, esplosivo di fabbricazione militare, e 18 kg di nitroglicerina per uso civile) scoppia nella sala di attesa di seconda classe nella stazione ferroviaria di Bologna Centrale. L’esplosione provoca il crollo di un’intera ala della stazione, investe il treno Ancona-Chiasso in sosta al primo binario e il vicino parcheggio di taxi. Gli effetti dell’esplosione sono tremendi: 85 morti e più di 200 feriti.
La strage di Bologna rientra nel capitolo nero (per la nostra politica) della cosiddetta “strategia della tensione”, tristemente inaugurata dall strage di Piazza Fontana a Milano nel 1969.
Le indagini si indirizzarono subito verso il terrorismo di matrice fascista e già dopo pochi giorni dall’attentato la procura di Bologna emise 28 ordini di cattura verso elementi dei Nuclei Armati Rivoluzionari, che però furono tutti scarcerati entro il 1981.
Ci furono poi molti tentativi di depistare le indagini, di comparsa di piste vere e false, ma grazie all’operato della “Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980” si arrivò il 23 novembre 1995 ad una sentenza definitiva in Cassazione con cui vennero condannati all’ergastolo Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, esponenti dei NAR, mentre furono condannati per aver depistato le indagini Licio Gelli, ex capo della Loggia Massonica P2 e gli ufficiali dei servizi segreti militari Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte.
Seguirono poi altre condanne per depistaggio, l’ultima delle quali nel 2007. Tutti i condannati si sono sempre dichiarati innocenti. Non sono mai stati individuati i mandanti della strage.
Questa pagina oscura della nostra storia repubblicana sembra quindi chiusa da un punto di vista giudiziario, non rimanendo ora che la commemorazione del tragico evento e il ricordo delle vittime. Anche le speculazioni politiche non hanno spazio, assomigliando più ad un volo di avvoltoi che a un dibattito democratico.
Eppure l’assessore comunale di Bologna Libero Mancuso, dopo aver definito Gianfranco Rotondi (ministro per l’Attuazione del Programma e delegato dal Governo di Silvio Berlusconi a rappresentarlo) “persona sconosciuta e del tutto incolore”, aggiunge:”Non credo proprio che qualcuno si accollerà la fatica di fischiarlo”. Rotondi immediatamente decide di non partecipare alla cerimonia e scrive al sindaco di Bologna Sergio Cofferati: ’’Per la lotta al terrorismo e il rispetto delle vittime l’unica via è l’unità delle forze politiche e, soprattutto, delle istituzioni… La Sua giunta, che accoglie insultando il ministro rappresentante del governo, chiude il discorso prima di aprirlo. Se non ci volete non avete che da dirlo e spiegarlo ai familiari delle vittime’’.
Seguono a ruota due distinte lettere di Cofferati e di Mancuso che pregano Rotondi di venire a Bologna. In serata poi Berlusconi, nella conferenza stampa al termine del Consiglio dei Ministri, conferma che il ministro Rotondi sarà presente alla cerimonia commemorativa.
Pace fatta e il caso politico sembra chiuso, ma rimane il concetto che appartiene alla cultura di una minoranza politica faziosa e antidemocratica, per la quale la possibilità di fischiare in piazza diventa uno strumento di violenza antidemocratica, il giudizio sommario una pratica reale. Viene quindi a priori esclusa dal processo democratico una parte politica per il semplice fatto di non essere di un colore gradito, con un processo approssimativo, politicamente becero e rozzo e questo rende quanto “non-avvenuto” a Bologna democraticamente gravissimo e politicamenet molto pericoloso.
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Guido Laudani
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